E’ dal 2002 che mi reco regolarmente nelle terre contaminate da Chernobyl, tra la Bielorussia e l’Ucraina. Ho passato 5 anni, fino al 2007 a documentare le conseguenze del più grave disastro tecnologico dell’era moderna, l’incidente nucleare di Chernobyl, accaduto il 26 aprile 1986. Da quel lavoro è uscito un libro, Chernobyl the Hidden Legacy, pubblicato in Spagna, Gran Bretagna e Giappone, dove, con fotografie e testi racconto quello che c’è nelle terre contaminate e le sue conseguenze.

Nel 2014 ho ripreso a frequentare quei luoghi, soprattutto la zona di esclusione di Chernobyl e quello che ci sta intorno. Chernobyl è una storia senza fine, ci vorranno migliaia di anni prima che la radioattività sparisca da quelle terre, ed è una storia piena di sfacettature e punti di vista. In questi ultimi due anni mi sono concentrato nel documentare i diversi aspetti di questa visione globale, a volte scontati, a volte inaspettati, a volte tragici, a volte assurdi. 

I questi due anni ho raccontato del nuovo fenomeno del turismo a Chernobyl: benvenuti a Chernobyl, il luna park atomico. Dal 2011, anno in cui il governo Ucraino ha aperto le porte della zona di esclusione alle visite dei turisti, circa 15 mila persone all’anno varcano il confine delle radiazioni. Esistono ormai decine di tour operator che da Kiev organizzano il “Chernobyl tour” tutto compreso, una giornata nei luoghi più significativi del disastro nucleare. I turisti vengono da ogni angolo del mondo: Stati Uniti, Europa, Australia, Giappone, Sud America, con le più disparate motivazioni: appassionati di luoghi abbandonati o turisti di luoghi estremi, interessati alla storia o per vedere con i propri occhi le conseguenze di un incidente nucleare. O semplici curiosi. Un fenomeno in crescita in questa nuova Pompei, che lascia perplessi di fronte all’eterno dilemma se sia giusto o meno eticamente far diventare un’attrazione turistica un luogo che avvolge una delle tragedie più catastrofiche dell’era moderna, oltre ai pericoli oggettivi della zona di esclusione.

Ma la zona, che doveva essere di esclusione, alla fine, al di là dei turisti di oggi, non lo è mai stata. C’è vita dentro la zona e migliaia di persone ogni giorno varcano il confine delle radiazioni. A Chernobyl città oggi vivono 4 mila persone, sono gli addetti alla sicurezza della zona e dei reattori ancora non dismessi. Lavorano 15 giorni dentro la zona e poi fanno 15 giorni di decontaminazione nelle loro case fuori dalla zona di esclusione. Chernobyl appare come una normale cittadina con i principali servizi come market, cafè, un hotel per i turisti, una chiesa con il pope che celebra la messa. A questi 4 mila lavoratori e abitanti di Chernobyl se ne sono aggiunti altri 2 mila negli ultimi anni, e sono i lavoratori addetti alla costruzione del nuovo sarcofago che sarà completato nel novembre 2017. Altre 2000 lavoratori ogni giorno arrivano dalla vicina città di Slavutich, città di servizio per la zona di esclusione creata subito dopo l’incidente di Chernobyl. In mezzo alle radiazioni scorre una vita normale come in qualsiasi altra cittadina dell’ex unione sovietica, fatto salvo che qui è una zona di esclusione, che qui ci sono le radiazioni, che qui rimarrà così per millenni. Una vita normale in un luogo totalmente anormale.

Oltre a questi lavoratori altre persone vivono da sempre nella zona. Sono i cosiddetti coloni, gli anziani evacuati all’epoca e che decisero che la vita nelle città non era per loro. Troppo difficile vivere in una grande città con una misera pensione e senza i prodotti dell’orto, e troppo forte il legame con la loro terra. Già dopo pochi mesi dall’evaucazione forzata rientrarono a vivere nelle loro case, sfidando e disobbediendo al divieto del governo sovietico. Ma loro sono rientrati, hanno resistito e alla fine il governo ha dovuto riconoscerli come residenti della zona di esclusione. Per 30 anni hanno resistito al governo e alle radiazioni, perchè prima avevano resistito alla guerra e alla fame, per poter vivere nelle loro case, nella loro terra, e non dimenticare le loro origini. Sono l’ultimo esempio di resilienza pacifica.

All’inizio erano circa 1200 persone, sparse nei vari villaggi, oggi ne rimangono solo qualche decina, il tempo e le radiazioni se li sono portati via. Ormai gli ultimi sopravvissuti sono ultraottantenni. Con gli ultimi finirà una cultura, la cultura della sopravvivenza a Chernobyl, i pochi villaggi abitati della zona di esclusione spariranno definitivamente e le loro case e gli oggetti personali che li hanno accompagnati tutta la vita verranno inghiottiti dalla vegetazione e distrutti dal tempo. Con loro sparirà anche un esempio di resistenza pacifica.

Ma la vita non va avanti solo all’interno della zona, ma soprattutto fuori. Con l’Associazione umanitaria Mondo in Cammino e il suo presidente Massimo Bonfatti a Novembre 2015 ci siamo recati a Radinka, un paese altamente contaminato situato a 300 metri dal confine con la zona di esclusione di Chernobyl. A 30 anni dal peggior disastro nucleare della storia, Radinka è l’esempio di cosa c’è intorno alla zona di esclusione di Chernobyl, una zona altamente contaminata e abitata, totalmente dimenticata. Dopo l’incidente nella centrale di Chernobyl fu creata una zona di esclusione di 30 km di raggio dividendo artificialmente la provincia di Polessie (provincia del nord dell’Ucraina) e posizionando il villaggio di Radinka nella zona 4 di contaminazione radioattiva, la zona con meno contaminazione, nonostante i livelli di contaminazione fossero altissimi. Un combattente solitario, Lo scienziato bielorusso Yuriy Bandazhevsky, da anni sta studiando le conseguenze di questa contaminazione sui bambini residenti a Radinka e neila provincia di Ivankov e combatte contro le autorità locali, internazionali e la lobby atomica per far conoscere la verità, rischiando la propria vita come è successo in passato. L’80% degli oltre 3700 bambini esaminati, e che vivono in queste terre ai confini con la zona di esclusione, ha turbe del ritmo cardiaco, in relazione diretta con la quantità di cesio incorporata. Inoltre il 30% presenta una contaminazione interna da cesio 137 sopra i 50 Bq/kg, livello in cui si sviluppano tutte le patologie. In questi ultimi anni la crisi economica dell’Ucraina ha causato un aumento esponenziale del problema Chernobyl, in quanto la mancanza di denaro ha costretto gli abitanti delle terre contaminate a non aver più la possibilità di comprare cibo pulito e a doversi arrangiare con i prodotti dell’orto o peggio del bosco, prodotti contaminati che non fanno altro che aumentare la contaminazione interna e il rischio di patologie. Inoltre lo Stato ha tagliato le forniture di gas promulgando la direttiva di usare legna. E così una parte degli alberi della natura lussureggiante della zona di esclusione, o con essa confinante, é stata tagliata e viene bruciata per riscaldare e cucinare. Legna contaminata che causa ogni volta che brucia altri fallout radioattivi sulla popolazione locale.

Oggi la popolazione delle terre contaminate da Chernobyl continua a soffrire e a morire per le conseguenze del disastro nucleare di Chernobyl.

E’ questa la realtà che abbiamo trovato nella nostra missione, da qui è nato il progetto di sostegno ai bambini di Radinka e delle terre confinanti con la zona di esclusione, da qui è nato il mio progetto: “Racconti da Chernobyl”.

 

Pierpaolo Mittica #blogrotaractmaniagospilimbergo #racexperience #racservice  #progettotalk

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